Eccoci qua, questo è il penultimo capitolo.
Sì avete capito bene. I fazzoletti prendeteli al prossimo capitolo, all'ultimo.
Non so se ci sarà un epilogo, non credo.
I ringraziamenti li farò la prossima volta, ora godetevi queste 6 pagine di word.
Le parti in corsivo sono pezzi di canzone, la canzone che da il titolo al tutto, la canzone il cui player è sotto il titolo e che, se volete, potete mettere come sottofondo.
Spero che il capitolo vi piaccia e vi faccia emozionare almeno un pò di quanto abbia fatto emozionare me.
{Piccola spiegazione: tutti i pezzi divisi da questo segno ----
sono momenti che accadono in un arco di tempo minore da loro, quasi in simultanea, quelli con gli asterischi accadono leggermente dopo, mentre lo spazio solo vuol dire che il distacco temporale è maggiore *finecommunicazionediservizio*
Buona lettura.
Capitolo 25
Lontano dal tuo sole
“Sono pronto per rialzarmi ancora,
è il momento che aspettavo e ora
nonostante questo cielo sembri chiuso su di me...”
Stava bene.
Stava stranamente bene.
Per quanto il cuore fosse in mille pezzi, per quanto l’umore fosse nero, Samantha stava bene; o almeno era quello che continuava a ripetersi mentre preparava le valige, mentre piegava una felpa di Tom rimasta in casa sua, o mentre parlava con Rob.
“Ma sei sicura?” Le chiese di nuovo l’amico.
“Si, sto benone.” Ribadì lei, annuendo; pensava che più in fretta si sarebbe auto convinta, più la gente avrebbe smesso di farle mille domande.
“Sam, sono tre volte che pieghi quella maglia, e la metti dentro, e la tiri fuori di nuovo.” Osservò il ragazzo pacato, “A me non sembra che tu stia benone.”
“Invece ti sbagli va tutto alla grande” Ribadì lei, con una risata isterica, “E’ che sono indecisa se portarla o meno.” Cercò di giustificarsi, “Insomma ho due valige piene.” Sbuffò sedendosi sul letto; prese una sigaretta e se la portò alla bocca, l’accese e aspirò una quantità elevata di nicotina.
“Bill mi ha chiesto se saresti passata a salutarlo.” La buttò lì il ragazzo, sedendosi vicino l’amica.
“Si, penso che andrò a salutarli domani, prima di andare in aeroporto, oramai è tardi.” Rispose facendo un altro lungo tiro di sigaretta, “Bill sa qualcosa?” Domandò poi.
“Non lo so. Io non gli ho detto niente, ma pensa che avrà intuito qualcosa.” Le disse l’amico, accarezzandole la schiena, odiava vederla in quello stato, ed era già la seconda volta che Sam si trovava così per colpa di Tom...
“Resti a cena qui?” Le chiese lei, guardandolo negli occhi.
“Certo, chissà poi quando ci rivedremo.” Rispose Rob, con un sorriso amaro.
“Devi venirmi a trovare Rob, promettimelo.” Gli disse la mora, con gli occhi lucidi, il ragazzo annuì e l’abbracciò, raccogliendo ancora una volta le sue lacrime. Sam si strinse forte all’amico, come avrebbe fatto a Roma senza di lui? Rob gli sarebbe mancato più di tutti, gli sarebbe mancata la spalla su cui piangere, lo scoglio al quale sorreggersi, gli sarebbe mancato l’amico di sempre.
La notte l’aveva passata quasi tutta in bianco. Come non gli accadeva da tempo aveva aspettato il rientro di suo fratello sveglio, vigile, ma come sempre si era addormentato un secondo prima che il gemello rientrasse in casa. Sbuffò alzandosi dal letto, erano le cinque del pomeriggio e le occhiaie gli arrivavano alle ginocchia, si andò a fare una doccia e poi si mise in tuta, non aveva voglia di mettersi in tiro, e stranamente non aveva voglia di truccarsi, di li a poche ore Sam sarebbe partita e tutto gli sembrava così cupo e buio in casa; con la partenza di Sam suo fratello sarebbe tornato ad essere l’animale di sempre, molto probabilmente la sera precedente l’aveva lasciato, troppo codardo per assumersi le proprie responsabilità.
Il punto è che Bill aveva fallito.
Si era messo in testa di aiutare il fratello, lo voleva aiutare a crescere, voleva fargli capire almeno un po’ il significato della parola amore, e quando la sera prima capì che Tom era sempre lo stesso, una voragine gli si aprì all’altezza del petto, il grande Bill Kaulitz, colui che parla sempre dell’amore come qualcosa di celestiale ed ultraterreno aveva fallito; come un automa scese in cucina e qui vi trovò il fratello intento a leggere un giornale, i due non si salutarono neanche, Bill era troppo impegnato a crogiolarsi nei propri dolori, mentre Tom era troppo occupato a spolverare i volti di vecchie conquiste che si erano accumulati nella sua mente e a decidere cosa fare la sera dell’ultimo dell’anno, quella sera.
“Ci credi che ci hanno paragonato di nuovo ai gemelli Gallagher. Si aspettano una lite da un momento all’altro.” Osservò il rasta, continuando a leggere il giornale.
“Secondo me non dovranno aspettare molto.” Mugugnò il moro, senza essere sentito dal fratello, “Comunque, a momenti arrivano delle persone.” Disse vago, alzando il tono di voce, sicuro che avrebbe capito.
“Ah si?” Chiese il rasta, alzando lo sguardo al di sopra del giornale, “Io tanto stavo uscendo.” Spiegò chiudendo il giornale, prevedibile come sempre.
“Dove vai? Se posso chiedere...” Domandò Bill accendendosi una sigaretta.
“Devo vedere un paio di persone per questa sera. Non è facile organizzarsi all’ultimo minuto.”
“Eh, certo, uomo di mondo.” Lo derise il moro, buttando fuori il fumo precedentemente aspirato.
“Ovvio.” Sorrise Tom, senza dare peso alle parole del gemello.
“Vabbè, sta sera torni o ci vediamo direttamente l’anno prossimo?” Chiese Bill vedendo il fratello alzarsi dalla sedia.
“Non lo so Bill.” Rispose sbrigativo lui agitando la mano in aria, doveva andarsene, ed in fretta; salì le scale a due a due e si fiondò in camera per prendere la felpa, ma quando chiuse la porta era già troppo tardi: il campanello di casa aveva suonato e Bill era andato ad aprire, facendo entrare Sam e Rob; con un sospiro il rasta entrò il camera senza sbattere la porta e si buttò sul letto, quella giornata sarebbe stata la più lunga della sua vita.
“Ciao ragazzi.” Trillò Bill andando ad aprire a Sam e Rob, abbracciò la mora, riempiendola di baci sulla testa.
“Ciao Bill” Rispose lei, stringendosi forte al petto del ragazzo, “Come stai?” Gli chiese staccandosi un poco.
“Io bene, tu piuttosto?” Domandò lui, apprensivo.
“Io sto bene.” Rispose la mora arricciando il labbro, distolse lo sguardo dagli occhi di Bill, troppo uguali a quelli del gemello, troppo penetranti.
“Ma venite, andiamo di la in salotto.” Gli fece strada il moro, da perfetto padrone di casa,; il suo braccio scese sui fianchi di Sam e camminò abbracciato con lei, le sarebbe mancata terribilmente.
“Kris dov’è?” Chiese Rob sedendosi sul divano nero in pelle.
“Arriverà a momenti.”
“Samantha!” Urlarono dalle scale, e la mora, girandosi, poté riconoscere il sorriso di Georg, i lineamenti dolci di Isabella, gli occhi premurosi di Gustav; e in quel momento preciso istante Sam capì che forse non era pronta a partire, non era pronta a lasciare tutto, non era ad abbandonare gli amici, non ci stava capendo più nulla, mille pensieri le si erano formati in un solo secondo...
“Vado un attimo in bagno.” Si alzò cercando di sorridere e corse al piano di sopra, sotto gli sguardi comprensivi di tutti; Sam entrò nel primo bagno che trovò e si sedette sul bordo della vasca, sospirò e si tirò indietro i capelli, cosa le stava accadendo? Lei stava bene, lei doveva stare bene.
Si alzò e andò davanti lo specchio, fissò il suo riflesso, fissò le lacrime che uscivano dai suoi occhi e scendevano sulle sue guance, terminando sulle labbra; un singhiozzo e poi un altro, e un altro ancora, non riuscì a smettere e prese a piangere, si accasciò poggiando la schiena sulla porta, ripetendosi comunque di star bene.
_______
Tom, dalla sua stanza, aveva sentito solo dei forti passi, veloci e pesanti, aveva sentito la porta del bagno chiudersi di botto e poi il silenzio; si alzò dal letto e si avvicinò alla porta del bagno, inizialmente non sentì nulla, poi un gemito basso, un sospiro ed infine una valanga si singhiozzi.
Non è Samantha.
Non è Samantha.
Non è Samantha.
Cercò di auto convincersi, inutilmente.
Mise la fronte sulla porta e lentamente scivolò giù, come le lacrime sul suo viso.
E si rese conto di aver fatto una cazzata, una di quelle grandi, che solo una volta nella vita fai; tirò sul con il naso, si alzò e tornò sul letto, a cazzate come quelle non c’è mai rimedio, ora doveva solo godersi la vita, senza pensare al passato. Un nuovo anno sarebbe iniziato di li a qualche ora e lui era una giovane rockstar con uno splendido futuro davanti; sorrise convincendosi di ciò, ma con un buco all’altezza del petto.
***
Anche Kris era arrivata e quando Sam scese giù l’abbracciò così forte che la mora rimase senza fiato per qualche secondo.
“Come stai?” Le chiese Bill quando tornò seduta vicino a lui.
“Bene.” Annuì lei, “Dovevo solo fare la pipì.” Spiegò poi cercando di essere convincente.
Il cielo oramai era quasi buio, quando Samantha sospirò guardando l’orologio il moro le strinse la mano, consapevole che di li a poco ci sarebbe stato il loro saluto; la ragazza si alzò ed automaticamente, nella sala, si alzarono tutti; mordendosi il labbro andò da Georg e l’abbracciò: “Mi raccomando, promettimi di pensarmi mentre ballerai qualsiasi canzone.” Gli disse stringendolo forte.
“E tu promettimi che farai lo stesso.” Le sussurrò lui; la mora annuì con un groppo alla gola e sorrise, poi si spostò da Gustav ed Isabella e li abbracciò entrambi, anzi, li abbracciò tutti e tre.
“Dovrete farmi sapere il sesso, il giorno previsto per il parto; dovrete mandarmi le foto delle ecografie, insomma, tutto.” Si raccomandò accarezzando il pancione della ragazza.
“Stai tranquilla.” La rassicurò Isa, con gli occhi velati dalle lacrime e la voce tremante, “Ci mancherai tantissimo.” Aggiunse abbracciandola di nuovo.
“Anche voi.” Ricambiò lei, poi passò da Kris, abbracciò forte la ragazza di uno dei suoi migliori amici.
“Tienilo d’occhio.” Le sussurrò.
“Ti informerò su tutto.” Ridacchiò la ragazza allentando l’abbraccio.
Bill era davanti a lei, con le mani sui fianchi, salutarsi era più difficile di quanto avessero pensato, entrambi; Sam si avvicinò lentamente e lo guardò negli occhi, il moro, in silenzio, annullò tutte le distanze e l’abbracciò stringendola forte al suo petto. Samantha iniziò a piangere, bagnando la maglietta del ragazzo, il quale non riuscì a trattenere tutte le lacrime; il resto dei ragazzi si spostarono al piano di sopra e Rob andò in veranda, lasciando ai due la privacy necessaria.
“Sam mi mancherai tanto, tanto.” Le sussurrò poggiandole le labbra sulla sua fronte.
“Mi mancherai tantissimo anche tu, Bill.” Sospirò lei, cercando di asciugarsi le lacrime.
“Promettimi di non sparire, di farti sentire sempre.”
“Te lo giuro.” Mugugnò lei, nascondendo il volto nell’abbraccio del ragazzo, il moro prese la sua testa e delicatamente gliel’alzò, poi guardò i suoi occhi azzurri: “Ti voglio bene.” Le disse.
“Ti voglio bene anch’io.” Rispose la ragazza, stringendo la mano del vocalist.
“Scusate, ma Sam, facciamo tardi, e tu perdi il volo.” S’intromise Rob; i due annuirono e sciolsero l’abbraccio, lasciando incatenate solo le mani.
“Se lo vedi...” Disse lei, con voce tremante, “Quando lo vedi...salutamelo.” Aggiunse dopo, con un sospiro; il vocalist annuì, in un misto tra rabbia e rammarico; lentamente le loro mani si sciolsero e Sam uscì dalla porta di casa, lasciandovi dentro un pezzettino di cuore.
***
Bill rimase in cucina, qualche minuto, o forse un’ora, ma quando si rese conto di fissare da troppo tempo una mattonella del pavimento si destò da quella specie di trans e come una furia salì le scale.
“Bill, come stai?” Gli chiese Kris, incrociandolo sul corridoio, “Stavo venendo da te.” Aggiunse la ragazza, dolcemente.
“Sì Kris, dopo.” La scansò lui; non poteva permettersi distrazioni, erano le nove meno cinque della sera di Capodanno, aveva circa mezz’ora di tempo per far capire a quel coglione di suo fratello che...che era un coglione. E poi doveva vestirsi per andare fuori con Kris; fece un respiro profondo ed entrò nella stanza del fratello.
“Parliamone.” Disse tirandolo per un braccio e facendolo cadere dal letto.
“Ma sei deficiente!?” Sbraitò il rasta, rialzandosi.
“No, sei tu quello stupido.” Rispose serafico il moro, poi si piazzò davanti al fratello.
“Che diamine vuoi, Bill?” Chiese il chitarrista, sprezzante.
“Voglio che tu ammetta i tuoi errori.” Rispose lui, puntandogli il dito contro.
“Errori? Quali errori?” Domandò ridendo.
Bill sospirò cercando di rimanere calmo, “Non fare il gradasso con me Tom, io ti conosco.”
“Ah si?” Rise il Kaulitz maggiore, scettico, poi si accese una sigaretta, “Sentiamo.” Aggiunse.
“Non mi metti paura con il tuo atteggiamento. E se non corri in aeroporto starai male per molto tempo, molto.” Spiegò il moro, con le mani sui fianchi.
“E’ tutto?”
“Sì, è tutto.” Sospirò Bill.
“Bene, quella è la porta.” Gli disse serafico Tom, indicando la porta.
“Come prego?”
“Ho detto che quella è la porta.” Ribadì alzandosi, “E ora tu uscirai di qui di tua volontà.”
“Ti ripeto, non mi metti paura.” Ribatté Bill, guardandolo con aria di sfida, se farsi la guerra voleva dire fargli capire le cose, allora gli avrebbe fatto la guerra, anche se aveva a disposizione poco tempo.
“Bill, porta il tuo culo fuori da qui, e lasciami in pace!”
“Stai già soffrendo, vero?” Lo schernì il moro, alzando il sopraciglio, “E’ così, ammettilo.” Continuò.
“Inizio a perdere la pazienza.” Rispose il rasta a denti stretti.
“Perché sai che ho ragione.” Cantilenò il vocalist, indietreggiando di un passo.
“Bill, mi spieghi perché diamine vuoi ritrovarti un livido sul tuo bel visino?”
“Le tue minacce mi scivolano addosso.”
“CHE ACCIDENTI VUOI CHE TI DICA, ALLORA?!” Urlò il rasta spingendo il fratello fuori la porta.
“VOGLIO CHE TU MI DICA LA VERITA’!” Rispose Bill, urlando a sua volta, scendendo le scale al contrario e rischiando di cadere.
“Bill, non c’è nessuna verità, o meglio non c’è niente che tu non sappia già.”
“MA VOGLIO CHE TU LO AMMETTA!” Strillò di nuovo il moro.
“COSA DEVO AMMETTERE, EH!?”
“Qualsiasi cosa ti passi per quella testa bacata.” Sospirò Bill, era arrivato lentamente in salotto ed ora lui ed il fratello si fronteggiavano davanti al divano.
“Sam mi manca da pazzi. E sono stato un coglione.” Disse Tom, “Ora posso andare a vestirmi?”
“E ti arrendi così?” Gli chiese il fratello alzando un sopraciglio.
“E che dovrei fare eh? Dopo quello che ho detto, giustamente, non mi vorrà più vedere.” Spiegò sconfortato il chitarrista.
“Cazzo Tom!” Gracchiò Bill dandosi uno schiaffo sulla fronte, “Corri, vai da lei, dille cosa provi, dille che la ami..dille che...”
“Bill io non la amo! So che è difficile da capire, ma ancora non la amo!” Lo interruppe il rasta.
“Non devi dirle proprio di amarla, non devi fare una dichiarazione d’amore, le devi dire quello che ti detta il cuore in quell’istante.”
“Ma...”
“Ma un cazzo!” Lo zittì il fratello, “Siccome poi toccherà a me sentire le tue pippe mentali prendi la macchina e corri in aeroporto, se fallirai avrai un buon motivo per rompere i coglioni!” Gli disse schietto mentre gli porgeva il mazzo di chiavi dell’Audi; Tom guardò le chiavi penzolare dalle dita del fratello, cos’aveva da perdere? Cosa aveva da guadagnare? Aveva seguito un ragionamento tutto suo in questi giorni e aveva torto. Per quanto potesse tentare di auto convincersi del contrario, stava sbagliando tutto, lui non poteva stare senza di lei, non poteva vivere con la certezza di averla fatta soffrire.
“TOM!” Urlò il moro, scuotendolo dai suoi pensieri, il rasta lo guardò, prese le chiavi e gli chiese quanto tempo avesse a disposizione.
“L’aereo è alle dici, sono le nove e quaranta. Devi volare sull’autostrada.” Gli disse, mentre il chitarrista stava già schizzando di fuori, poi si fermò sulla porta e lo abbracciò: “Ti voglio bene, Bill.”
“Corri Tom!” Gli disse lui staccandosi dall’abbraccio e spingendolo, “E ti voglio bene anche io.” Urlò prima che il gemello entrasse nell’Audi e partì.
Quando Bill entrò in casa trovò otto paia di occhi che lo fissavano allibiti e con il sorriso sulle labbra.
“Bravo amore.” Gli sorrise Kris, Bill fece un occhiolino generale, si stravaccò sul divano e si accese una sigaretta.
“Speriamo che arrivi in tempo.” Sospirò, in fin dei conti lui aveva fatto l’impossibile, era riuscito ad aiutarlo, ora stava tutto nelle mani callose di suo fratello.
***
”Sulla strada
troppe stelle spente
la tua mano ora servirebbe...”
Aveva fatto il check-in.
Aveva imbarcato le valige.
Mancava solo lei.
“E’ ora.” Sospirò Rob, avvicinandosi per abbracciarla.
“Mi raccomando, ti aspetto dopo le feste.” Le disse la mora, puntandogli il dito contro con un sorriso bonario.
“Certo.” Annuì lui, aprendo le braccia e accogliendo l’amica.
“Come farò senza di te Robert?” Sbuffò lei.
“Amore, il mondo è pieno di gay, ne troverai un altro. E fa che sia un figo.” Si raccomandò facendola ridere, “Mi raccomando, chiamami quando arrivi, e chiamami ogni giorno.”
“Tranquillo.” Sospirò lei, deglutendo sonoramente...
“Ultima chiamata per il volo 3578 per Roma, i passeggeri sono pregati di...” Recitava la voce metallica.
“A presto Sam.” Le disse l’amico, la mora annuì e raggiunse velocemente il gate.
Una volta arrivata sull’aereo si accomodò al suo posto, prima classe, e tirò su la tendina dell’oblò, sospirò, intorno a lei i suoni erano ovattati, in lontananza, la sua mente era in altri posti lontani, nei ricordi, nei baci, nelle carezze di quei mesi, sospirò di nuovo e quando l’aereo di assestò in volo una lacrima le scese silenziosa giù per le guance, stava lasciando Berlino, stava lasciando i suoi amici, stava lasciando definitivamente Lui.
_______
Se avesse incontrato un posto di blocco l’avrebbero arrestato, oppure l’avrebbero preso per matto, visto che girava con una magliettina a maniche corte in pieno trent’un Dicembre.
Tom guidava come un pazzo, non si era fermato a tre stop, aveva passato di gran lunga il limite di velocità e parcheggiò l’Audi di traverso in seconda fila, fatto sta che non gliene fregava una cazzo di niente e di nessuno, se non di correre a perdifiato.
Si fermò davanti il tabellone delle partenze e con il fiato corto cercò il gate dell’aereo per Roma, non lo trovo.
“Tom?” Chiesero alle sue spalle, il rasta si girò e non fu mai così felice di vedere Rob.
“Rob!” Urlò, poi corse verso di lui e lo strattonò per le spalle, “Dov’è Sam?” Gli chiese scuotendolo.
“E’ troppo tardi Tom.” Disse lui, guardandolo storto.
“No. No. No. No.” Ripeteva il ragazzo in preda ad una crisi di panico.
“Tom, il suo aereo parte tra due minuti, è troppo tardi.” Ribadì il ragazzo.
“Non è mai troppo tardi Rob, mai.” Disse il rasta, “Dimmi il gate, per favore.”
“Il quattro.” Rispose automaticamente l’inglese, “Non ce la farai.” Aggiunse urlando al chitarrista che già aveva ripreso a correre.
Arrivò davanti l’ingresso del gate, ma venne bloccato da una guardia, il ragazzo tentò di spiegargli, tentò di corromperlo, tentò di fargli pena, ma non c’era niente da fare: di li non si passava, e l’aereo era partito.
“VAFFANCULO!” Urlò prendendo a calci un secchio dell’immondizia.
“E’ solo colpa tua, Tom.” Gli disse Rob, scorbutico, “Se non fossi stato così immaturo, così irresponsabile, forse lei non sarebbe partita nemmeno, o forse saresti con lei su quell’aereo.” Aggiunse, facendo sentire ancora peggio il ragazzo.
“Rob io devo vederla. Le devo mille scuse, le devo dire che lei è l’unica ragazza di ci mi è mai importato veramente qualcosa, Rob, io gliele devo dire queste cose!” Disse Tom, mordendosi le labbra con talmente rabbia da farle sanguinare.
“Io non posso farci nulla, il danno è fatto.” Sospirò il ragazzo, poi si tolse la grande sciarpa di lana e la sistemò sulle spalle del ragazzo: “Ti prenderà un accidenti.” Gli disse; Tom si alzò di scatto, come punto da uno spillo e spalancò gli occhi, mentre un sorriso si dipinse sulle sue labbra.
“Tu sai l’indirizzo di casa di Sam? Di quella di Roma intendo.” Gli domandò speranzoso.
“Sì perché?” Chiese lui.
“Perché te l’ho detto, non è mai troppo tardi.” Sorrise, con una speranza in più. “Scrivimelo su un foglio, io intanto faccio una telefonata.” Gli disse, poi si allontanò leggermente, componendo un numero sul palmare.
***
”Io son qui in un mondo che ormai
gira intorno a vuoto
lontano dal tuo sole
e piove, ma io qualche cosa farò
per sentire ancora
tutto il calore che ora non ho...”
Roma, la città eterna.
Samantha era sempre stata affascinata dalla sua storia; la sabbia del Colosseo aveva il potere di incantarla, succedeva ogni volta che andava a visitare il monumento, era successo quando andò a Roma a tredici anni, le successe ora a vent’anni.
Il taxi bianco sfrecciava per le vie di Trastevere deserte a quell’ora, ma non tanto perché fossero le dieci passate, ma perché erano le dieci passate dell’ultimo giorno dell’anno; i ragazzi si erano riversati tutti sotto l’ombra del Colosseo, per le vie del centro, pronti a festeggiare tutti assieme, amici, parenti, persone mai conosciute prima si sarebbero scambiati gli auguri per un anno migliore, e Sam sentiva che quello che stava per entrare di anno sarebbe stato migliore, lo sentiva e lo sperava.
Una volta che il taxi parcheggiò sotto un portico davanti Castel Sant’Angelo, la mora pagò l’uomo alla guida e scese, trascinando con se i due trolley; dalla borsa prese la chiave che Denise le aveva dato ed aprì il portone. Subito venne investita da quell’odore che solo certi palazzi hanno, prese l’ascensore e pigiò il tasto con il numero sette, l’ultimo piano, il suo; quando le porte si aprirono si ritrovò davanti un ulteriore porta, l’aprì ed entrò in quella che sarebbe stata la sua nuova casa.
L’odore dei mobili nuovi si insinuò nelle sue narici, disgustandola un poco, poggiò le valige nella camera da letto e partì all’esplorazione di quell’attico.
Tutta la casa era arredata in stile etnico, dove i colori principali erano il rosso ed il nero, Denise sapeva bene cosa le piaceva e cosa no, così aveva reso quella casa ancora più accogliente; il grande letto basso si trovava al centro esatto della stanza, ai suoi lati vi erano due bellissime lampade in stile africano, ed al muro capeggiava un enorme quadro che ritraeva la savana, anche lì il colore che spiccava era il rosso.
La cucina era immensa, l’isolotto in rovere nero troneggiava nel mezzo della stanza e i mobili rossi davano un aria chic al tutto, il parquet, scuro anch’esso, era l’aggiunta perfetta a quella combinazione.
Aprì il frigo, e lo trovò pieno, sicuramente Denise aveva incaricato qualcuno di farle la spesa, vi era una bottiglia di champagne con sopra un post-it dove la donna le augurava un buon anno, Sam rise amaramente, si trovava lontano da casa, lontano dai suoi amici, lontano da tutti, ma soprattutto lontano da Lui.
Da lui che era stronzo, egoista, egocentrico, che era sbruffone, maniaco, rompipalle, infantile, privo di senso del dovere, ma comunque lontano da lui che era stato il suo sole.
Sospirò mentre prendeva una bottiglia di birra, in qualche modo avrebbe dovuto accogliere il nuovo anno, estrasse dal cassetto della cucina l’apri bottiglie e tolse il tappo alla bevanda, poi prese il plaid sul divano del salotto ed uscì in balcone.
L’aria fredda le fece accapponare la pelle, anche se era abituata a molto peggio.
Guardò il cielo, nero come la pece, con qualche stella; guardò in avanti e vide Roma, vide la cupola di San Pietro regnare su tutto, vide il Tevere fare la sua corsa solitaria, in silenzio; bevve un sorso di birra e quando il cielo nero si tinse di mille fuochi sospirò di nuovo.
“Buon anno.” Disse a se stessa, ma lo disse anche a loro, lo disse a Rob, a Bill, a Georg, a Kris, a Gustav e ad Isabella, lo disse a Lui.
_______
Tom correva per una città semi sconosciuta, correva a perdifiato, dando spallate qua e la, sentì dei botti, ma non si voltò indietro, Rob gli aveva dato un preciso indirizzo e il tassista gli aveva indicato la via più breve per raggiungerlo, visto che le persone che si erano riversate per la strada non permettevano alle macchine di passare facilmente...
Il rasta correva tenendosi i pantaloni e ripetendosi la via mentalmente, ce l’avrebbe fatta, Lui ce l’avrebbe fatta.
_______
Una piccola lacrima le solcò il viso, la scacciò subito e si godette la visuale, sotto il palazzo molti ragazzi urlavano in Italiano, non capiva un accidente e decise che avrebbe imparato la lingua, da sola; magari si sarebbe segnata in palestra, avrebbe sicuramente fatto amicizie li; avrebbe frequentato un corso di cucina, così quando sarebbe tornata in Germania avrebbe cucinato per tutti le prelibatezze italiane; forse avrebbe comprato anche un cane, o un gatto, qualcuno che le avrebbe fatto compagnia nelle serate più fredde; si sarebbe rifatta una vita, lontano da fidanzati famosi, lontano da occhi indiscreti. Ed improvvisamente si ritrovò a sorridere, serena, era iniziato un nuovo anno, e lei era piena di progetti; sempre sorridendo rientrò in casa e poggiò plaid e birra in salotto, andò a fare pipì e, una volta fatta, si mise il cappotto, sarebbe scesa in strada e avrebbe festeggiato con le altre persone, e magari avrebbe incontrato qualcuno di speciale, o che con il tempo sarebbe potuto diventare.
Con una consapevolezza in più ed un sorriso stampato sulle labbra rosee si accinse ad aprire la porta, ma una volta aperta il sorriso sulle labbra si tramutò in una smorfia di rabbia e stupore.
“Sam!” Ansimò il ragazzo, reggendosi allo stupide della porta.
“Tom, che diavolo ci fai qui?!” Chiese la ragazza alzando un sopraciglio, incredula; e tutte quelle piccole consapevolezze, tutti quei piccoli progetti caddero nel profondo di un paio d’occhi color nocciola.
Continua...
"Non è il volto, ma le sue espressioni. Non è la voce, ma il modo di parlare. Non è come ti sta quel corpo, ma le cose che ci fai.
Tu sei bella."
♥
©.Jada.
Se copiate, avrete una morte
Lenta & Dolorosa.

Yummy, lecker, lecker leckeer Wafflen! ♥